Scritto da Luisa De Januariis    Domenica 01 Febbraio 2009 22:40    PDF Stampa E-mail
Abruzzo: la regione verde d’Europa diventerà nero petrolio
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Società - Attualità
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Famosa come regione dei parchi, l'abruzzo ha ora dato avvio ad una stagione di investimenti nel campo minerario che rischia di compromettere il sogno verde che da decenni la contraddistingue in Italia ed in Europa

Dal rapporto sull’estrazione petrolifera in Italia redatto da Legambiente nel 2008.  

L’11 settembre 2001, giorno drammatico per il mondo, sembra aver segnato anche il futuro della Regione verde d’Europa: presso il Ministero delle Attività Produttive infatti, la Regione Abruzzo ha sottoscritto, in sordina ed in tutta fretta pur di evitare lo smantellamento del Distretto Agip di Ortona (Ch), una intesa con l’Eni finalizzata ad un programma di impianti e di trivellazioni a scopi petroliferi. L’Abruzzo ha così dato avvio ad una stagione di investimenti nel campo minerario che rischia di compromettere il sogno verde che da decenni la contraddistingue in Italia ed in Europa, l’Abruzzo Regione dei Parchi. La storia delle trivellazioni in Italia nasce, ironia della sorte, proprio in Abruzzo; è nel comune di Tocco a Casauria (Pe) infatti, che fu perforato con successo nel 1863 il primo pozzo nazionale. Da allora, il territorio regionale è stato da sempre sottoposto ad esplorazioni e perforazioni tanto che, ad oggi, l’intera fascia litoranea e pedemontana, è interessata da concessioni di coltivazioni e stoccaggio, permessi ed istanze di ricerca. Ne consegue così che, l’Abruzzo, economicamente più forte, più innovativo e più densamente abitato rischia di legare in maniera “imprudente” il proprio futuro alle sorti degli idrocarburi. I dati storici testimoniano un forte interesse da parte di diverse compagnie petrolifere che nel corso degli anni hanno realizzato circa 550 perforazioni a terra, le quali, seppur limitate nelle profondità di esplorazione e concentrate in larga parte a cavallo degli anni ’50 e ’60, lasciavano e lasciano intravedere un buon potenziale petrolifero: sono infatti ben 87 i pozzi risultati mineralizzati ad olio.È stata così tracciata una nuova geografia, quella dei titoli minerari, purtroppo poco nota alla classe dirigente regionale che, in tutte le sue programmazioni e pianificazioni, continua tuttora ad affermare che il futuro dell’Abruzzo passa attraverso la valorizzazione dei territori, dell’agricoltura e del turismo. Oggi, da una lettura più attenta dei fatti, si può affermare che, nonostante i proclami e le disposizioni regionali che miravano ad altri obiettivi, in Abruzzo era in atto, e lo è ancora, una vera e propria strategia petrolifera. Inizialmente nota a pochi, essa comincia a collidere con le scelte strategiche da tempo condivise e che hanno destinato importanti territori a parchi, puntato sullo sviluppo dell’agricoltura e dei suoi prodotti, valorizzato il turismo costiero e montano e creato il marchio di un Abruzzo a garanzia di genuinità e di rispetto del territorio e delle sue diversità. Mai infatti, sino ad oggi, si è parlato di una regione a vocazione petrolifera e tanto meno è stato individuato un distretto minerario-energetico.

Di Abruzzo regione petrolifera si è dunque iniziato a parlare solo negli ultimi cinque anni, in coincidenza delle perforazioni Eni che, estese a profondità prossime ai 5.000 metri, hanno determinato la scoperta del giacimento di Miglianico (Ch), la cui potenzialità è stata stimata in 8.200 barili/giorno e le cui riserve sono state valutate in circa 31 milioni di barili di olio equivalente. Una colonna di petrolio di circa 100 metri di buona qualità e di 34 gradi Api (American Petroleum Institute). È a seguito di questa scoperta che l’Eni, forte dell’assenso di massima rilasciato in maniera “inconsapevole” dalla Regione l’11 settembre 2001, annuncia a gran voce un programma di investimenti di oltre 130 milioni di euro e lancia così all’opinione pubblica abruzzese l’immagine di una Val d’Agri in terra d’Abruzzo!L’industria del petrolio, complice una classe politica inadeguata e distratta, sta realizzando il suo progetto che, mai valutato nella sua complessità, è stato trattato alla stregua di banali concessioni edilizie, così come dimostrato dai contenuti dei pareri rilasciati dai vari enti preposti. Le valutazioni di compatibilità ambientali, fatte singolarmente nel tempo sul porto, sul deposito costiero, sui pozzi e sul centro oli, non hanno pertanto mai valutato appieno le ricadute complessive del progetto, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche dal punto di vista economico e sociale. È per questo motivo che il locale comitato, mosso inizialmente dalla sindrome nimby (not in my back yard) per semplice opposizione alla realizzazione del Centro oli sul proprio territorio, ha catalizzato attorno a sé le ragioni delle tante forze produttive, agricole e turistiche, che costituiscono la spina dorsale dell’economia locale. Una economia fondata su produzioni di qualità. Un’area che per bellezza del paesaggio collinare marino è inserita nell’istituendo Parco Nazionale della Costa Teatina, nota come “Colline del Montepulciano”, paragonabili alle colline toscane del Chianti, e produce il 70% della produzione  vitivinicola dell’Abruzzo, dando lavoro e ragione di vita ad oltre cinquemila aziende agricole. Non è un caso che l’occupazione agricola delle colline teatine, al contrario della tendenza nazionale, abbia avuto in questi ultimi anni un aumento in termini numerici, dimostrando una forte potenzialità del settore. In Abruzzo più di un terzo del vino prodotto è a denominazione Doc e Docg, e in provincia di Chieti, al momento l’area più strettamente interessata dall’affare petrolio, nel 2007 è stato prodotto quasi l’80% della produzione totale regionale. Risulta quindi giustificata la rabbia manifestata dalle cooperative agricole, dai Comuni delle Città del Vino, dall’Unione dei Comuni della Costa dei Trabocchi e delle Colline Teatine e da tutte le associazioni di categoria agricole, che hanno letto nelle analisi economiche contenute nel progetto Eni del Centro oli, un danno da parte dell’insediamento a “totale carico dell’economia agricola locale”.

La superficialità e la leggerezza che ha contraddistinto la vicenda Eni in Abruzzo, regione interessata per oltre 3.800 km2, all’incirca il 35% dell’intera superficie regionale, da vicende legate al mondo degli idrocarburi, impongono per Legambiente la conoscenza dei piani industriali di tutte le compagnie petrolifere. Esse stanno determinando, al di sopra di ogni programmazione e controllo democratico, una trasformazione dell’Abruzzo costiero in distretto minerario attraverso una serie di atti separati (titoli minerari, pozzi di estrazione, centro di trattamento, oleodotti, depositi e porti) che non consentono una visione organica capace di garantire un futuro alla regione. 

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