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| I danni del “voto utile”, tra elezioni e referendum |
| Società - Politica |
La cosiddetta “Terza Repubblica”, come alcuni commentatori politici l’hanno impropriamente definita, ha da poco compiuto un anno di vita.Figlia del “porcellum” calderoliano e dell’ircocervo Pd-Pdl (discutibile connubio postmoderno improntato alla logica del voto utile), la nuova Italia del berlusconismo “pontidizzato” pare aver finalmente ottenuto ciò che da tanto sembrava anelare: la semplificazione del sistema partitico. Complice la soglia di sbarramento (al 4% alla Camera e all’8% al Senato per le liste non collegate), la logica del voto utile sembra aver dato i suoi frutti riducendo il numero dei partiti politici presenti in Parlamento e nelle coalizioni di governo. E oggi viene riproposta in tutto il suo fulgore nuovista per le elezioni del 6 e del 7 giugno, pronta ad essere utilizzata anche in occasione del referendum del 21 giugno. Come si sa, la semplificazione partitica, in parte, c’è stata. Dalla casamatta dell’ultimo governo Prodi, coacervo di circa undici partiti, si è passati alla ben più asciutta caserma berlusconiana, nella quale il carro armato targato Pdl si muove al traino degli scalcianti cavalli leghisti, seguiti dal Movimento per le autonomie e dalla DC di Giuseppe Pizza. Con la conseguenza che i partiti minori, i “nanetti” per dirla alla Sartori, (o, più precisamente, quelli non collegati alle liste maggiori) sono stati sbattuti fuori dal Parlamento, spesso implodendo e frantumandosi in altri minuscoli partitini (vedi “Sinistra e Libertà”). Intanto, il Pd, alla perpetua ricerca di una sua identità, stenta a svolgere il proprio ruolo di partito progressista europeo, sia pure di opposizione. Perché è proprio la connotazione progressista che risulta essere un’etichetta troppo generica per il partito di Franceschini, tanto da risultare slavata. Rigettando una connotazione esplicitamente socialdemocratica o socialista, il Pd non solo rifiuta il filo d’Arianna che gli permetterebbe di uscire dal suo labirinto identitario, ma rifiuta anche di ammettere la permanenza in Italia di culture politiche di tutto rispetto. Culture politiche che, sì, affondano le proprie radici nell’humus ideologico del trascorso millennio, ma che comunque circolano ancora nel nostro Paese, impregnando una parte della sua classe politica e certi modi di concepire la partecipazione alla vita pubblica. Mi si potrà obiettare che è tempo di cambiare, che è ora di liberarsi una buona volta dalle catene degli “ismi” novecenteschi. Tuttavia, a ben guardare, l’unico risultato che ad oggi si è ottenuto è stato solo quello di buttare via il bambino con l’acqua sporca: le idee insieme con le ideologie, la forza di mobilitazione dei partiti insieme con la loro forza di ricatto nelle crisi di governo e, soprattutto, la rappresentatività insieme con la ingovernabilità. Chi, infatti, dopo le elezioni politiche del 2008, ha rappresentato e, in futuro, rappresenterà l’Italia laica, quella del precariato o quella dei movimenti? Non merita forse rappresentanza anche quell’Italia dai valori “radicali” (e non violenti), o quella del ripensamento solidaristico del capitalismo e della globalizzazione, o l’Italia studentesca dal futuro incerto? Allo stato delle cose, come si accordano queste tensioni ideali e queste istanze con il moderatismo del Pd? La politica del voto utile propugnata dai democratici e dal centrodestra non è soltanto un’operazione di snellimento del sistema partitico. Essa è anche un’opera di svilimento e di deprivazione culturale che non offre alcuna alternativa credibile a quella parte d’Italia che molti, giocando semplicisticamente con le parole, chiamano “massimalista”. È questa un’Italia che può piacere oppure no, ma che esiste. Un’Italia di giovani e meno giovani cui il nascente sistema bipartitico offre solo l’alternativa della militanza extraparlamentare, frustrante, mortificante, oltre che foriera di tensioni sociali. Si fa presto ad indignarsi dinanzi ai gesti eclatanti (e violenti) dei disoccupati napoletani che bruciano un autobus, o dinanzi agli operai Fiat che buttano giù dal palco un rappresentante sindacale durante il suo discorso a Torino. È forse meno facile capire che, senza alcuna valida politica di inclusione nelle istituzioni delle istanze e delle culture più radicali, la partecipazione non sublimata nella rappresentanza parlamentare può anche assumere forme incontrollabili, se non violente. La Rifondazione Comunista di Bertinotti e di Giordano, per quanto risibilmente funambolica nel suo essere “di lotta e di governo”, garantiva, ad esempio, rappresentanza tanto a una parte degli studenti quanto ai movimenti. Soggetti, questi ultimi, difficili da incasellare in contenitori partitici, anche perché restii all’identificazione disciplinata con le sigle dei partiti; ma comunque soggetti che, fino alla scorsa legislatura, trovavano uno sfiatatoio politico nell’essere rappresentati in Parlamento. Chi oggi è seriamente intenzionato a portare avanti le loro istanze? Ne è in grado il Partito Democratico? Decisamente no. Perché non può, ma soprattutto perché non vuole seriamente farlo. Forse perché spera che queste istanze spariscano nel nulla oppure perché spera che esse si moderino autonomamente. Questo, a dire il vero, è un problema che qualcuno, all’interno dello stesso Pd, si è già posto. Anche se è paradossale che a farlo sia stato uno come Massimo D’Alema, il quale è da sempre un tradizionale oppositore dei movimenti e della piazza. Il 21 giugno, il principio del voto utile si incontrerà con il referendum abrogativo del “porcellum”. La scelta del “Sì”, propugnata dai democratici, non è che la diretta conseguenza dell’intendimento bipartitico della politica italiana. Franceschini sostiene che la vittoria del “Sì” porterebbe il Parlamento a scrivere una nuova legge elettorale, non capendo o fingendo di non capire che il Pdl non ha alcuna intenzione di farlo. Anzi, Berlusconi ben volentieri accetterebbe una legge con premio di maggioranza alla lista anziché alla coalizione, quale diventerebbe il “porcellum” nel caso di vittoria del “Sì”. Infatti, nel caso di parziale abrogazione dell’attuale legge elettorale, da un lato, il cavaliere rischierebbe la rottura con la Lega, ma, dall’altro, forte del diffuso sostegno dell’opinione pubblica di cui gode in questo momento, potrebbe scegliere di correre da solo ad eventuali elezioni anticipate, con la speranza, purtroppo ben riposta, di ottenere una maggioranza parlamentare vastissima. In più, avrebbe dalla sua anche la scusa di non poter modificare la legge elettorale uscita dalle urne perché plasmata dal voto popolare. E si sa quanto, nella psicologia berlusconiana, quella della espressa sovranità del popolo sia il pretesto privilegiato per rigare dritto, rifiutare qualsiasi concessione al dialogo e pretendere di poter fare tutto, anche cambiare da solo la carta costituzionale. Il tutto con quel supponente bonapartismo cui ormai il popolo italiano sembra essersi abituato. |




La cosiddetta “Terza Repubblica”, come alcuni commentatori politici l’hanno impropriamente definita, ha da poco compiuto un anno di vita.


Commenti
Accettando che il PD non sia in grado di aprirsi a questi movimenti, siamo sicuri che questi siano realmente rappresentati da partiti come rifondazione? Ad esempio il movimento studentesco contro la riforma Gelmini non mi sembra aver trovato (o voluto trovare) tanto spazio in rf e nemmeno le proteste dei lavoratori contro i licenziamenti dovuti alla crisi; mi è sembrato che si cerchi di camminare con le proprie gambe maggiormante rispetto al passato...Forse è una diffidenza dei movimenti più radicali non solo verso il PD, ma verso la politica fatta dai partiti in genere o forse la mancanza di un unico soggetto che si possa dire di sinistra, che sappia sì raccogliere il meglio dall\'ideologia comunista, ma che sia rivolto verso il futuro
Non concordo in tutto, ma l\'articolo è interessante :cheer:
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