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| Il populismo di mercato. Derive maggioritarie e privatistiche della post-democrazia |
| Società - Politica |
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Zygmunt Bauman ha di recente parlato di “populismo di mercato” a proposito dell’attuale stadio evolutivo delle nostre democrazie. Una fase, cioé, in cui la mercatizzazione e mercificazione della vita pubblica interessa anche i processi di soggettivazione, fino a configurare una tendenza dominante nell’opinione pubblica
che si riproduce sempre più a immagine e somiglianza del sistema neo-liberista e consumista. Colin Crouch ha definito la progressiva erosione dell’intervento pubblico a favore della lex mercatoria dei privati, nello scenario della crisi globale della sovranità statuale e della partecipazione popolare, post-democrazia: una fase, cioé, in cui si è fuoriusciti dalla democrazia, sebbene l’esperienza della stessa non possa essere del tutto cancellata[1]. Tutti questi temi sono anche alla base dell’imponente opera di Luigi Ferrajoli, Principia iuris, il cui secondo tomo, Teoria della democrazia[2], è appunto incentrato sulla doppia deriva, maggioritaria e mercatistica, delle democrazie occidentali, con un’attenzione particolare al caso italiano, divenuto quasi “di scuola”. Ferrajoli muove innanzitutto dall’assunto che è stato un errore enfatizzare soltanto, negli ultimi anni, la componente procedurale della democrazia. Sulla scia della critica al socialismo reale, la politologia da Sartori a Bobbio ha identificato la democrazia con il suo lato meramente formale, temendo che l’ancoraggio a determinati contenuti, segnatamente di carattere economico-sociale, ne riducesse la potenzialità pluralistica. In tal modo però si è dimenticato come senza il riconoscimento di una serie di diritti, sia di carattere civile che di carattere sociale, l’aspetto proceduralmente democratico di alcune decisioni è solo apparente, essendo la democrazia vincolata ad una serie di standard sostanziali, indecidibili da qualsivoglia maggioranza. La procedura delle decisioni a maggioranza può infatti riguardare tutto ciò che è al di fuori dei diritti fondamentali sanciti dalla costituzione. Questa è anzi la novità epocale delle democrazie costituzionali del secondo dopoguerra, con cui vengono posti rigidi argini alle possibilità delle maggioranze di decidere sui diritti di tutti. L’esperienza dei fascismi rivelava infatti come regimi dittatoriali e criminali potessero conquistare il potere tramite procedure democratiche, o comunque riuscendo a consolidare il proprio potere con il consenso della maggioranza. Per non parlare poi dei condizionamenti delle rendite di posizione e degli interessi economici nelle dinamiche della formazione della rappresentanza nella storia della democrazia europea e americana, su cui è di recente intervenuto Luciano Canfora con una suggestiva ricostruzione storica[3]. E’ necessario perciò limitare il potere delle maggioranze potenziando le garanzie cosituzionali intorno ai diritti civili e sociali, in un’epoca, la nostra, in cui invece il ceto politico tende a riattivare un corto circuito diretto con le masse, legittimando provvedimenti estranei allo spirito del patto repubblicano con il grado di consenso diffuso ch’esse riescono a riscuotere, in un contesto in cui da un lato riemerge la figura del capo, capace di prendere decisioni rapide e sicure, in linea con l’efficientismo richiesto dal sistema economico; e dall’altro si assiste ad una trasfigurazione fondamentalista e organicista della democrazia che tende a poggiare sull’idea di un popolo unito intorno a una serie di valori nazionali e religiosi, escludenti e non, come i diritti delle nostre costituzioni, includenti. Che l’opinione della maggioranza non sia attualmente in linea con la democrazia, lo dimostra da un lato la limitazione dei diritti civili per i cosiddetti migranti clandestini, che si nserisce all’interno di processi di securizzazione che mettono a rischio le stesse libertà dei nazionali, in una siuazione in cui ormai l’idea di cittadinanza restringe e non estende la sfera del diritto, in contrasto con la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. Un altro esempio è il dilagare del neo-liberismo mercatistico che sta rapidamente divorando le garanzie del lavoro in Occidente, producendo disoccupazione, precarizzazione, e, nei paesi in via di sviluppo, lavoro ipersfruttato. Qui Ferrajoli dimostra come l’equivoco di una compatibilità fra neo-liberismo e democrazia nasca dall’avere dimenticato la natura di autonomia-potere della libertà di iniziativa economica. Questa è, cioé, una libertà che produce concentrazioni di potere che esercitano i loro effetti sul resto della società e che quindi devono essere posti sotto il controllo di regole ferree per impedire che producano diseguaglianze eccessive e quindi ineffettività dei diritti, configurando una sorta di neo-assolutismo esercitato a partire dalla società civile e non dalla parte di quella statualità rispetto a cui si è formata la tradizione del liberalismo europeo. La confusione fra libertà economica come diritto e libertà economica come potere, rivela il peso delle sue ricadute sulla democrazia proprio in Italia, dove la mancanza di regole e garanzie ha prodotto un potere assoluto che dalla sfera economica e mediatica si è riversato anche su quella politica degli organi rappresentativi e dell’apparato dello stato, quasi incarnando i peggiori incubi della società dello spettacolo descritta da Guy Debord. Anche qui chi difende lo status quo (che ormai, peraltro, ben pochi intendono mettere seriamente in discussione) invocando i principii liberal-democratici, dimentica non solo la liceità e necessità a fini democratici di intervenire sul regime proprietario di taluni beni di rilevanza pubblica, ma anche che, inoltre, una cosa è la libertà di possedere un bene – in questo caso un mezzo di comunicazione – ed un’altra quella di controllarne e condizionarne l’uso pubblico (che nel caso in questione è tale nonostante il regime proprietario privato). Nei problemi appena sopra toccati vediamo lo stretto nesso fra mercatismo e deriva maggioritaria. La società delle merci, nell’epoca in cui queste tendono a smaterializzarsi, produce un potere di controllo più pervasivo di quello esercitato mediante il mero monopolio “concentrato” della forza, in quanto, oltre a non rinunciare a questo, esso si dissemina nella società presiedendo ai processi di soggettivazione, minando alla radice il processo di formazione dell’opinione pubblica e quindi la legittimità della rappresntanza democratica, come in tempi, per l’Italia, non sospetti, aveva lucidamente denunciato Danilo Zolo, parlando di “principato democratico” e “multimediale”[4]. Ma le tesi di Ferrajoli possono a mio avviso aiutarci a capire gli attuali processi politici mondiali, e in particolare italiani, in un altro senso. E’ possibile, cioé, capire come la deriva maggioritaria sia una delle cause del naufragio dei partiti europei di centro-sinistra e di quelli italiani in particolare. E’ stato infatti, ad esempio, un malinteso prinicipio democratico a giustificare alcuni leaders italiani nell’aprire tavoli sulle regole o addirittura di revisione cosituzionale con interlocutori privi di alcuna credibilità dal punto di vista dello spirito civico e della cultura repubblicana. Questi – veniva detto – rappresentano pur sempre la maggioranza degli italiani, o una cospicua minoranza, e dunque è giusto confrontarsi con loro. E ciò nonostante che queste rappresentanze promuovessero il conflitto di interessi, la xenofobia, lo smantellamento dello stato sociale, la riduzione dei diritti dei lavoratori, la dipendenza della magistratura dal governo, il rifiuto dell’antifascismo, per tacere di responsabilità ancora più scabrose. Ma il veleno maggioritario ha indebolto le forze democratiche anche inducendole ad intercettare gli “umori” diffusi di masse popolari atomizzate dal nuovo modello di sviluppo post-fordista e spinte a destra dalla “rivoluzione passiva” neo-liberista[5], oltre che dalla crescente insicurezza sociale ed economica, che ha gradualmente riattivato valori autoritari, patriarcali e gerarchici, fino all’attuale ripresa europea del neo-fascismo. I partiti socialisti, in Europa, sono rimasti subalterni al vento del neo-capitalismo e del neo-conservatorismo. In Italia la situazione, da questo punto di vista, è stata particolarmente problematica, a causa di quelle caratteristiche originarie su cui si è recentemente soffermato Perry Anderson[6]. L’’interpretazione “crociana” di Gramsci, infatti, ha visto nella ricerca del consenso la via privilegiata al potere, da cui veniva espunta tutta la componente conflittuale del discorso egemonico, giustificando così una prassi compromissoria che tra l’altro consolidava l’antico sostrato controriformista dell’Italia della decadenza. Amnistia e Concordato sono gli atti inaugurali di questa politica, a cui bisogna rimandare le scelte degli epigoni post-moderni. Il nuovismo veltroniano e l’anti-giacobinismo dalemiano sono infatti naufragati nella continua rincorsa degli altri: gli umori popolari, l’agenda dell’avversario e la sua disponibilità a trattare, i poteri forti. Per fare solo un esempio: anziché sintonizzarsi con le vive tendenze progressiste e laiche del cattolicesimo di base, si è preferito puntare ad evitare ogni scontro con le interpretazioni “istituzionali” della dottrina della chiesa. Persino nella sinistra radicale, di recente, è dilagata la febbre maggioritaria: si veda l’utilizzo del termine “libertà” nel simbolo di una nuova aggregazione, scelto – viene detto – per non lasciare questa parola alla destra. Ma in realtà il problema non è contendere alla destra i valori declinati a modo suo, bensì opporgli alternative emancipative ed universalizzanti. In questo caso l’idea che la libertà o le libertà, vanno promosse attraverso meccanismi di redistribuzione, di eguaglianza e giustizia sociale, oltre che di rigorosa laicità, ovvero separazione di diritto e morale, sempre per fare riferimento ad uno dei luoghi cardine del sistema di Ferrajoli. E’ mancata (e sta mancando), insomma, ogni capacità e volontà di sviluppare un conflitto politico-sociale, di innescare un processo di egemonia culturale basata sull’idea di un’alternativa al neo-liberismo e neo-conservatorismo. La proposta politica, cioé, non è riuscita mai a distinguersi da un’ambigua transazione fra queste istanze, sempre più maggioritarie, e i valori costituzionali. Ma fatalmente in tal modo le masse popolari, sempre più regressive e frantumate, rimangono attratte da chi dà loro sicurezza con messaggi coerenti, stravincendo, perciò, la lotta per l’egemonia. Barak Obama, con tutti i suoi limiti legati ad una cultura politica estranea al socialismo, può fornire un’emblematica lezione in questo senso: il presidente americano non ha infatti rinunciato a coinvolgere elementi repubblicani nella sua azione di governo, nè a farsi rappresentante dello sforzo collettivo di tutti gli americani, a prescindere dal colore politico (non ha rinunciato, cioé, ad essere bi-partisan): ma lo ha fatto portando gli antichi avversari a partecipare all’attuazione di un programma politico realmente alternativo e “di parte” (almeno per quanto riguarda la critica del conflitto di civiltà, del diritto emergenziale, della sanità privata etc.). Per cambiare il corso della storia ed impedire la definitiva fuoriuscita delle costituzioni materiali da quelle scritte, è allora necessaria una ripresa della componente soggettiva dell’azione politica. Tanto più che le condizioni sociali potranno offrire un quadro favorevole in questo senso nella misura in cui alla società dei “due terzi” sta gradualmente sostituendosi una proletarizzazione dei ceti medi che promette ben presto di invertire i termini della frazione. Se questa componente soggettiva non verrà messa al lavoro, allora queste trasformazioni potranno portare ad un’ulteriore stretta autoritaria e neo-conservatrice.
di Salvatore Cingari - Storico delle dottrine politiche [1] C.Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2005. [2] L.Ferrajoli, Principia iuris, Roma-Bari, Laterza, 2007. [3] L.Canfora, La democrazia. Storia di un’ideologia, Roma-Bari, Laterza, 2004. [4] D.Zolo, Il principato democratico, Milano, Feltrinelli, 1992. [5] Su ciò cfr. A.Burgio, Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno, Roma, DeriveApprodi, 2007; Senza democrazia. Per un’analisi della crisi, Roma, DeriveApprodi, 2009. [6] P.Anderson, An invertebrate left, in “London Rewiew of books”, vol.31, no.6, 26 marzo, 2009. Un estratto in italiano è uscito in “Internazionale”, 7/5/3009, pp. 32-40. |
| Ultimo aggiornamento ( Giovedì 25 Giugno 2009 22:42 ) |




L'articolo qui di seguito è stao gentilmente concesso dall'autore a Titolidicoda ed è stato pubblicato sul periodico umbro La Rocca n°12-2009

